Il momento straordinariamente grave che stiamo vivendo facciamo davvero tanta fatica a percepirlo come tale.
Questo non perché siamo incoscienti: è che ci siamo accorti già da tempo che la nostra condizione, quella della mia generazione,è diventata sempre più complicata e complessa.
Abbiamo preso coscienza che nessuno di noi ha più un lavoro “fisso”, di quelli che ci avevano insegnato, che vale per tutta la vita: entri in quell’azienda a vent’anni o vinci il concorso pubblico in quell’ente ed esci quando è arrivato il momento di andare in pensione.
Mi chiedo come abbiamo potuto accettare questa modifica, fidandoci di chi ce l’ha proposta, senza riflettere sugli effetti che avrebbe provocato.
Ma è frutto di una naturale evoluzione del mondo del lavoro o dalla stregoneria del così detto mercato, che per natura tende ad arricchire solo se stesso?
Se da un lato la scadente la scuola italiana ci ha fornito una coscienza civica, un’apertura mentale anche un giusto slancio verso le opportunità, dall’altro l’avventura dei media ci hanno trasformato in un’altra cosa.
Mi rendo conto che il mondo delle opportunità ci ha fatto assumere le sembianze di veri e propri animali da branco: andiamo a cercare di gruppo in gruppo i migliori pascoli, ci scorniamo con i maschi alfa di turno che difendono la loro posizione e, se vinciamo, restiamo in zona per un pò, quindi cerchiamo un altro foraggio.
Questo pensare così individualistico, è giunto in un contesto dove i grandi pensieri che invece univano gli individui sotto la loro idea, si stavano dissolvendo.
Ed è toccata alla mia generazione farne le spese.
Agli inizi degli anni ‘90 ci hanno illuso con il crollo del socialismo reale e la grande vittoria del capitalismo occidentale, che saremmo stati liberi di fluttuare nella galassia del mercato, senza i limiti di sovrastrutture statali.
Anzi è emerso come novella Venere dalle acque un personaggio (che aveva avuto la fonte della sua ricchezza proprio dallo Stato) che affermava che in quel momento, proprio questo Stato, l’apparato, aveva bisogno di dimagrire, di assottigliare quei rotoli di lardo tanto dannosi per il cuore, che erano costituite dai troppi dipendenti pubblici.
E da allora i concorsi pubblici sono quasi spariti, nonostante che servisse assolutamente aggiornare il personale figlio delle scartoffie, con le nuove generazioni, cariche di lauree e diplomi, che arrivavano con gli scatoloni pieni dei personal computer.
Non solo: nell’ultima fase della grande crisi economica dei primi anni ‘90 che fu la “mannaia” per tante piccole e medie imprese, si diceva che era meglio il mercato dei comunisti, perché era la storia che aveva decretato la loro fine.
Ma cosa si doveva dire a quelle imprese che per il mercato si erano ritrovate con le saracinesche abbassate? Non si è detto nulla, nemmeno grazie per aver reso questo paese così forte. Il mercato…
Ed anche in quel caso, sempre alla nostra generazione, fu detto che era quasi un bene quello che era accaduto nella crisi, perché queste realtà non avrebbero mai avuto un futuro con la globalizzazione e la concorrenza dei così detti paesi emergenti che erano armati di fame e voglia di riscatto.
Che sarebbero arrivati 1.000.000 di posti di lavoro, grazie al mercato e non grazie ai comunisti!
Ci disse che dovevamo aggraparci alla solidità dei grossi gruppi italiani, perché la qualità delle produzioni, siano state manufatturiere che tecnologicamente avanzate, ci avrebbero garantito un futuro e che dovevamo stare al loro gioco: lavoro flessibile, precario, competitività.
Poi ci ha detto (erano i primi anni del nuovo millennio) che insomma, il costo del lavoro, le tasse troppo alte, le opportunità di insediarsi in altri sistemi economicamente più vantaggiosi, spostavano lo sguardo dell’economia fuori dall’Italia: e allora tante aziende e posti di lavoro hanno preso l’aereoplano, le navi ed i mezzi pesanti e si sono trasferite ad Est.
Si, insomma, che con questa fiscalità era difficile stare in Italia e si deve capire chi non paga le tasse, che “se fossi al loro posto… anch’io evaderei il fisco!“
Chi crede nello stato sociale, nell’equità e nella dignità del lavoro non può ascoltare queste parole.
Ed allora siamo ad oggi: ci siamo trovati in un salotto sgangherato ad osservare un mondo che mentre parlava di noi, faceva le valigie: ci diceva da grande imbonitore qual’è, di opportunità, di sviluppo e ristoranti pieni mentre dietro al paravento alle sue spalle nascondeva disillusione, miseria e mense sociali.
Ed oggi l’imbonitore se ne va e ci sta accompagnando fuori dalla nostra casa che poi chiuderà a chiave per andarsene con le sue valigie borbottandoci, mentre va via, che ci hanno sfrattato da casa nostra.
Noi lo guardiamo increduli e alterniamo lo sguardo sorpreso sulla porta serrata e le punte dei nostri piedi.
Poi ti rendi conto che non sei solo: che hai una famiglia che dorme tranquilla perchè sa che ti impegnerai per non deluderli.
Spera di darti quella forza necessarria per sferrare un calcione a quella porta e provare a trovare le risorse per rimettere a posto la casa, la tua casa.
Non è quella reggia che ti avevano promesso a vent’anni: è un immobile dal passato glorioso, con gli affreschi e le lesene un pò consumati dal tempo e dall’incuria, con il bagno dalle maniglie dorate e ma senza i sanitari, con le finestre murate ed il frigorifero vuoto.
Ma è casa nostra che ha bisogno delle nostre nuove regole per tornare bella ed accogliente, per dare lavoro e cibo a chi vi presta opera, ornata di quadri e statue, avvolta dalla musica di un pianoforte accordato e cullata dalla voce argentina di un bambino a cui un giorno daremo la chiave della porta.
Lasciate la palla alla nostra generazione che vi ha ascoltato fin troppo…
Lasciateci lavorare ora, per il nostro futuro.
Buona fortuna a tutti noi…